Cultura

“Traccia di mamma” l’omaggio di De Rosa a Ruccello, il narratore degli “ultimi”

Ieri sera a Salerno per la rassegna “Il gioco serio del teatro… La ripartenza” Antonello De Rosa ha presentato “Traccia di mamma”

di Giovanna Sica

Storie di donne in cui si accatastano e si rincorrono follia, brutture, luoghi comuni, false convinzioni religiose e una maternità che non accoglie ma scaccia. Una donna in manicomio è convinta nel suo delirio di essere la Madonna. Una mamma vive la gravidanza della figlia minorenne come una disgrazia immane. La ragazza si è fatta mettere incinta -nientemeno- che dal figlio del funtanaro, uno che viene da una famiglia che vive al piano rialzato; troppo in basso al cospetto del quarto piano da cui la madre della giovine dà sfogo alla sua rabbia bieca e ottusa. Madre che si placa solo quando la figlia si butta giù dal balcone; non ci crede, sfotte la figlia che s’avvia verso il suo destino. Non ci crede. Continua a sfottere e poi rimane sfottuta. Per sempre. In un Venerdì Santo che non conoscerà mai più il Sabato, la Pasqua di Resurrezione. E fra i tanti santini che Antonello De Rosa fa volteggiare sul suo lungo rosso costume, sceglie proprio la mamma di Maria da appuntarsi al petto. Invoca la santa che oggi si festeggia, Anna, quel nome a lui tanto caro, il nome della sua mamma che non c’è più.

Antonello De Rosa

Son vent’anni che il regista e attore mette in scena questa pièce drammatica. L’epopea della miseria umana. L’incapacità di guardare bene chi abbiamo di fronte. Di riconoscerlo. Di contenerlo anziché scacciarlo. L’incapacità di pesare i gesti, le parole. Le bestemmie, le urla, i rancori, il risentimento. E allora succede che una figlia di cui la madre non ha colto la fragilità, alla minaccia di chiamare la mammana per farle portare via tutto con una “bella pulizia”, apre il balcone e si butta di sotto. E non ci stanno più santi da pregare, pillole da ingoiare per sanarsi. De Rosa va giù, accompagna il suo personaggio verso il suo abisso.

A fine spettacolo gli chiedo perché ha scelto, due decenni fa, di abbracciare la più grande sofferenza che una madre possa vivere, e come fa a difendersi, a non farsi travolgere, ogni volta che mette in scena “Traccia di mamma”.

“Amo moltissimo Annibale Ruccello, credo sia uno dei più grandi autori del Novecento. Soprattutto perché parla sempre degli ultimi, di quelli che raramente hanno voce. Io ho fatto teatro anche negli istituti di riabilitazione mentale, sentivo che dovevo restituire qualcosa a queste vite martoriate. E poi ho scelto di interpretare questo personaggio anche per entrare nel dolore di mia madre che perse un figlio giovane; io la guardavo e non riuscivo a capire dove trovasse la forza per andare avanti. Poi ho capito che anche il dolore si può trasformare in qualcosa di utile. Quando sono in scena non posso difendermi. Rientro a casa sfiancato. Devastato. Poi però separo, ritorno nei miei panni”.

Antonello, dopo il tuo spettacolo, Erminia Pellecchia e Alessandro Cacciotti hanno presentato il libro Racconti con gli Smiths di Paola Bonadies, racconti intensi e immaginifici che mescolano canzoni degli Smiths, colori e parole. Paola da poco più di un anno non c’è più. “Paola trovava nella scrittura e nel disegno la sua occasione di recupero” ha detto poc’anzi Attilio Bonadies, zio dell’autrice. Quali altre occasioni di recupero ci possono essere per i giovani, soprattutto in questo momento storico così delicato? Insomma, come ci si salva dal dolore?”.

“Scrittura, disegno, teatro e arte in generale ci offrono l’occasione di trasformare le nostre energie e anche il nostro dolore. E poi, secondo me, bisogna tenersi stretta la libertà. Rivendicare il diritto di essere se stessi. Io sono un uomo libero prima che un artista libero. Da bambino ho difeso con le unghie e coi denti il mio sogno di fare teatro. Amo un uomo, Pasquale, da cui sono riamato e con cui faccio famiglia. Non ho mai ceduto alla logica dei “cortiletti”, vado serenamente per la mia strada e faccio questo mestiere per divertirmi, per emozionarmi, per struggermi quasi fino a rompermi, ma mai per convenienza”.

Pasquale Petrosino, Giovanna Sica e Antonello De Rosa

A proposito del tuo compagno, Pasquale Petrosino, eccellente organizzatore di questa kermesse, in che misura la sua presenza ha arricchito anche il tuo lavoro?”.

“Immensamente! Pasquale ha valorizzato anche l’artista non solo l’uomo che ha affianco. Lui è l’anello che mi mancava per chiudere un cerchio dove la vita non è mai separata dal teatro”.

E quindi Sant’Anna, mamma tua, vent’anni che porti in scena Traccia di mamma, Paola Bonadies e i Racconti con gli Smiths. E poi la libertà, l’amore che fa più densa la vita. Una vita larga, la tua. Che questa rassegna sta arricchendo ancora di più. A chi deve dire grazie?”.  

“A Dio, sopra ogni cosa. Alla fondazione di Comunità Salernitana onlus. All’arcivescovo Andrea Ballandi e don Luigi Aversa, direttore del Museo Diocesano “San Matteo”. Al Comune di Salerno, in particolare all’assessore Mariarita Giordano. A tutti gli sponsor e agli artisti che stanno facendo meraviglie in questo quadriportico”.

Io invece ringrazio te, Antonello, che infili emozioni -come fossero perline- in un filo d’argento e poi le metti al collo di tutti quelli che numerosi ed entusiasti stanno partecipando a questa rassegna culturale. Rassegna che non è ancora finita! Vi segnalo, fra gli altri appuntamenti, Sempre fiori, mai un fioraio con Pino Strabioli, giovedì 29 luglio.

Redazione

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