Pasteggiare al Faro di Capo d’Orso è un’esperienza sensoriale indimenticabile. E non solo per il palato e l’olfatto. Fin dall’arrivo i cinque sensi vengono travolti da un turbinio di sollecitazioni continue e varie. La vista viene rapita da uno spettacolare abbraccio tra il verde della macchia mediterranea che cade a strapiombo nel mare cristallino e il cielo trasparente che tiene ben ancorate a sé quelle acque custodi di tradizioni e leggende. Lo stesso mare che ti penetra dentro attraverso le narici e i pori che, accarezzati dalla brezza marina, si aprono a ricevere contemporaneamente il sole, mitigato dalla frescura di una vegetazione secolare e avvolgente, e gli zampilli di acqua che nell’insenatura sottostante fanno a gara a rincorrersi.
Poi ti siedi a tavola e la magia continua. Lo chef Francesco Sodano, custode dell’antica alchimia culinaria della Divina e innovatore per vocazione ed esperienza, ti introduce in un mondo di sapori, profumi, ricordi e storia che improvvisamente ti esplodono in bocca. È una delle poche volte in cui sono rimasta colpita.
Sì proprio così. Raccontavo a Pio Ferrara, proprietario del Faro e amico, che ieri ho finalmente assaporato qualcosa di diverso. Solitamente mangiare a ristorante non mi entusiasma. Ho una mamma che mi cucina i piatti della tradizione e quando gli altri commensali esaltano la cucina tradizionale, riproposta in un posto che in quel momento va per la maggiore, resto sempre un po’ freddina rispetto alle lodi e agli apprezzamenti sul piatto. Perché magari è una semplice variazione di tema, ma nulla di particolarmente esaltante.
Invece la cucina di Francesco Sodano, che lui ama definire fusion, è pura emozione per il palato. E’ un improvviso mix di gusti che esplodono in una sequenza decisa e netta, al punto che quasi li potresti sequenziare uno a uno tanto sono stati sapientemente mescolati, senza perdere ognuno il proprio carattere.
Non starò qui a fare l’elenco di quello che ho mangiato. Non essendo un’esperta finirei per banalizzare i piatti sapientemente presentati e preparati dallo chef e dal suo team. Qui ho voluto solo condividere la mia esperienza in uno dei posti che il mondo ci invidia e che, sapientemente, riproposto nei suoi sapori, tra bontà e innovazione – fermamente radicata nella tradizione – mi hanno rapita come le leggendarie Janare che, in un passato mitologico, in quel mare rapivano le barche e i cuori dei pescatori.
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