Campania

Cancerogeni nelle falde campane: a rischio l’Agro nocerino sarnese

Inquinanti cancerogeni individuati nelle falde superficiali ad Angri, Sarno e Scafati. I ricercatori: nessun rischio dall’acqua del rubinetto

Tra le zone individuate da una nuova ricerca sull’inquinamento delle acque sotterranee in Campania figura anche l’Agro nocerino sarnese, con un focus particolare sui comuni di Angri, Sarno e Scafati. Lo studio ha rilevato nelle falde superficiali la presenza di sostanze cancerogene, aprendo un dibattito urgente sulla salute pubblica e sulle abitudini d’uso dell’acqua. Le sostanze individuate sono il Tetracloroetilene (Pce), solvente industriale cancerogeno, usato nei lavaggi a secco e in processi industriali che può provocare tumore al fegato e ai reni e il linfoma non Hodgkin;, il Tricloroetilene (Tce), Solvente industriale cancerogeno, impiegato nella sgrassatura dei metalli e in altri cicli produttivi.

La ricerca è stata effettuata dal Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università Federico II, guidato dal professor Paolo Montuori.  «Il dato di contaminazione – ha sottolineato Montuori – riguarda le falde superficiali, sia chiaro. Non si tratta dell’acqua che arriva nei rubinetti». Le analisi hanno interessato anche edifici pubblici come scuole e caserme, ma solo come punti di campionamento — attraverso vecchi pozzi presenti nelle aree — e non per rilevare la qualità dell’acqua potabile destinata all’uso quotidiano.

Lo studio

Lo studio affonda le radici nel programma Campania Trasparente avviato nel 2015 e formalizzato con la Regione Campania nel 2019. L’obiettivo è fotografare lo stato delle matrici ambientali e comprendere le possibili ricadute sulla salute della popolazione. «È stato fatto uno screening di tutto il territorio regionale, poi la Regione decise di approfondire le aree più critiche, come Villa Literno, l’area vasta di Giugliano, la zona del Sarno e la Valle del Sabato», spiega Montuori. Le indagini hanno riguardato falde, aria e suolo e sono state affiancate da attività sanitarie sul territorio con ambulatori e visite dedicate ai residenti. Il progetto si è concluso a fine 2025 e ora entra nella fase di valutazione con Regione, Asl ed enti tecnici, con l’obiettivo di definire azioni operative.

L’origine della contaminazione si colloca in un arco temporale lungo: «Parliamo di accumuli che risalgono ad almeno vent’anni, forse anche di più». Si tratta di un fenomeno di inquinamento diffuso, alimentato da scarichi industriali storici, lavaggi a secco, rifiuti interrati, ma anche da pratiche scorrette di comuni cittadini. Un elemento spesso sottovalutato è il ruolo del sistema fognario, spesso vetusto: le mappe elaborate dai ricercatori mostrano che i pozzi contaminati si concentrano a ridosso dei centri abitati, dove le condotte più datate possono rilasciare sostanze inquinanti nelle falde superficiali.

A complicare il quadro, un dato culturale rilevante: «Il 90% dei rifiuti osservati durante le attività di monitoraggio erano rifiuti urbani — sottolinea Montuori — è un malcostume diffuso che va riconosciuto per tutelare la salute pubblica». Situazioni analoghe riguardano anche comuni limitrofi, dove la distanza dai punti di approvvigionamento idrico e la vetustà delle reti hanno spinto per anni molti cittadini a fare ricorso ai pozzi artesiani. La Regione Campania ha già avviato il Catasto delle Utenze Idriche e il censimento dei pozzi per aumentare la trasparenza nella gestione della risorsa idrica.

Ora che il problema è emerso in tutta la sua dimensione, le attività proseguiranno con studi di popolazione, sorveglianza sanitaria e monitoraggi dinamici. «Vogliamo capire cosa c’è oggi nel sangue delle persone, senza aspettare le malattie» chiarisce il ricercatore. L’obiettivo dichiarato è prevenire, ridurre l’esposizione e fornire dati utili per tutelare la salute della popolazione residente nelle aree interessate.

Redazione

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