L’opera di Marco Ferrigno ispirata ad Alberto Fusco diventa simbolo di inclusione in un presepe fuori dai classici schemi iconografici
di Nello Ferrigno
I tratti del volto non lasciano spazio a dubbi. Sono quelli inconfondibili di un bambino con la Sindrome di Down. Eppure, quel volto appartiene al Bambinello Gesù. Una scelta che sorprende, interroga, commuove. A realizzarlo è stato Marco Ferrigno, uno dei più noti maestri dell’arte presepiale napoletana, nella sua storica bottega di San Gregorio Armeno. Partendo da una fotografia, tre anni fa ha modellato una statuina per il presepe, unica nel suo genere, capace di rompere schemi iconografici secolari.
Da domenica, quel Bambinello è custodito in una teca del Museo San Prisco di Nocera Inferiore ed è parte della mostra diffusa di presepi organizzata dalla Diocesi di Nocera–Sarno. Ma dietro quell’opera non c’è solo l’arte. C’è una storia. Una vita vera.
La vita vera

Quel bambino si chiama Alberto Fusco. Oggi ha 23 anni, vive a Cava de’ Tirreni ed è un attore. Un attore a tutti gli effetti. Si è diplomato lo scorso giugno con Arte Tempra, teatro studio con cui ha concluso il suo percorso formativo dopo aver sostenuto gli esami al Teatro del Giullare di Salerno. Il palcoscenico, per Alberto, non è mai stato un sogno lontano: fin da piccolo, grazie all’intuizione e alla determinazione dei genitori, Autilia Avagliano e Paolo Fusco, ha seguito corsi di recitazione che lo hanno portato oggi a calcare le scene teatrali con consapevolezza e passione.
La sua vita, però, non si esaurisce nel teatro. Alberto si è diplomato anche all’Istituto Alberghiero, pratica sport con costanza e disciplina, e tra poco conquisterà la cintura nera di karate. Un percorso fatto di impegno quotidiano, di fatica e di attenzione costante da parte di una famiglia che non ha mai smesso di crederci. Una famiglia in cui c’è anche Mario, il fratello maggiore di due anni.
“Din Don Down”
Autilia, la madre, ha sentito il bisogno di raccontare tutto questo in un libro, Din Don Down, in cui ripercorre la storia del figlio e di un nucleo familiare che si è trovato a crescere un bambino con la Trisomia 21, quella copia in più del cromosoma 21 che segna l’esistenza, orienta il futuro, ma non lo determina in modo assoluto.
Le conquiste di Alberto diventano così il simbolo concreto di un’inclusione di cui si parla molto, ma che resta spesso difficile da realizzare. È proprio da questa esigenza di verità che nasce l’idea del Bambinello con le sue sembianze. Un’idea che rompe con l’iconografia tradizionale.

La costruzione dell’inclusione
«Il Bambino Gesù – racconta Autilia – viene sempre rappresentato bello, paffuto, biondo, con gli occhi chiari. Io e mio marito ci siamo chiesti: e se fosse di colore? E se avesse la Sindrome di Down? L’imperfezione umana di fronte alla perfezione spirituale. Da lì è partito tutto». Una scelta dirompente, forse, ma necessaria. Un messaggio forte, rivolto soprattutto ai genitori di bambini con disabilità. Perché l’inclusione non è un dono: va pretesa, costruita, difesa con forza e determinazione. E richiede anche una famiglia pronta a sacrificarsi, ad accettare che il percorso non sia lineare. «A volte si va avanti, altre si torna indietro, come il gambero. Ma non bisogna arrendersi. Mai».
Intanto Alberto continua a studiare copioni, a emozionarsi dietro le quinte, a vivere l’energia del pubblico e il calore degli applausi. Il teatro lo abita, lo definisce. Alberto è attore dentro. E, forse, quel Bambinello nel presepe racconta proprio questo: una fragilità che diventa forza, una diversità che si fa rivelazione.
La foto di copertina è di Ciro Esposito


