Il 9 maggio ricorre la festa del Santo Patrono di Nocera Inferiore, San Prisco. Una precisa biografia del santo e vescovo non ci è pervenuta. Sappiamo che di sicuro è vissuto nei primi trecento anni dopo Cristo, perché San Paolino, vescovo di Nola, già nel 409, nel suo libro dei Carmi parla di San Prisco vescovo di Nocera e del culto tributatogli anche nella diocesi stessa di Nola.
Nel martirologio di Adone invece, Prisco, di origine ebrea, propriamente di Gerusalemme, è uno dei 72 discepoli del Signore, venuto in Italia per evangelizzare. Addirittura viene identificato come colui che ospitò Gesù nell’ultima cena. Fu presente, quindi, all’istituzione dell’eucarestia e si legò talmente a Gesù, che si fece prima cristiano, poi discepolo e alla fine diventò sacerdote e vescovo. Secondo alcuni, Prisco venne con San Pietro a Nocera, secondo altri con San Paolo a Pozzuoli.
Vediamo le due ipotesi. Quando San Pietro venne in Italia, sbarcò a Pompei, che aveva allora un grande porto dove si recavano i commercianti di Stabia, Nola e Nuceria. Proprio nella nostra città sarebbe venuto assieme a Prisco, ma poi raggiunse Scafati, (dove in ricordo sorse la frazione San Pietro), Napoli e quindi Roma. San Paolo invece venne a Pozzuoli, dove probabilmente incontrò nocerini dediti al commercio che convertì al cristianesimo, inviando con loro un discepolo di Gesù e cioè Prisco.
Ma perché proprio Nocera? A quei tempi la nostra città era molto potente a capo di una federazione, ricca di strade, edifici lussuosi, basiliche, statue e affreschi, si governava con leggi proprie, batteva una sua moneta e dava asilo sicuro agli stranieri. All’inizio Prisco fu ospitato dai commercianti convertiti e cominciò a predicare in case private. In seguito uscì a svolgere la sua opera infaticabile per le strade e le piazze della città.
Spesso i capi dell’ordine volevano arrestarlo ma poi, ascoltando la sua dottrina, si convertivano anche loro. I cristiani aumentarono di giorno in giorno. Ad un popolo orgoglioso, bellicoso e superbo Prisco predicò l’umiltà e la purezza, la fede, la speranza e la carità col suo atteggiamento di padre, maestro e pastore del gregge, tanto che subito ne divenne il capo. Ovviamente ciò scatenò l’ira di chi non riusciva a fermarlo per cui fu accusato di celebrare messa all’alba da solo e di sedersi e mangiare quando invece altri celebravano, per cui fu infamato come superbo, eretico e indisciplinato. Fu arrestato mentre diceva messa e fu condotto a Roma dal papa per discolparsi.
Già durante il tragitto avvennero vari fatti miracolosi. Chiese infatti ad una donna un pò di fuoco per fare riscaldare le guardie che lo accompagnavano e siccome non aveva un recipiente adatto, mise il carbone acceso tra le pieghe della sua pianeta e questa non bruciò (la scena è raffigurata dal Solimena negli affreschi della Gloria dei Beati in cattedrale). Avendo sete, impose ad una cerva di fermarsi e di dissetarli col suo latte. Incontrando poi per strada delle oche, le invitò a seguirlo per essere donate al papa e queste lo seguirono, docili e silenziose. Ovviamente gli uomini che erano con lui restarono meravigliati e ammirati e cominciarono a trattarlo con molta deferenza.
Arrivati a Roma al cospetto del Papa, Prisco sentì suonare le campane, il consueto segno celeste per la celebrazione delle lodi e svegliò il papa. Questi rispose dicendo che era troppo presto per la preghiera ma Prisco gli parlò del segno e per farlo sentire anche a lui, lo invitò a salire sui suoi piedi. Il papa così fece e sentì anche lui le campane e andò a celebrare con lui. Ritornati in stanza dopo aver lodato il Signore, Prisco sentì nuovamente il segno per la messa e così risvegliò il papa e glielo fece riascoltare nello stesso modo, dicendo che per questo motivo era stato accusato. Il papa a questo punto riconobbe la sua innocenza e la sua santità e gli disse che qualsiasi cosa avesse voluto, lui gliel’avrebbe regalata volentieri.
Prisco vide una grande conca di marmo e gliela chiese in dono per metterla davanti alla porta della sua chiesa. Il papa esitò perché la conca era molto pesante e sarebbe stato impossibile da trasportare ma Prisco, vedendo due vitelline, disse al papa che l’avrebbe trasportata con quelle. Così fu e la vasca è ancora davanti la chiesa al Vescovado, sotto gli occhi di tutti.
Dopo aver a lungo guidato i cristiani nocerini, in età avanzata, nonostante fosse un uomo robusto di forte fibra (come si evince dall’ispezione delle ossa fatta nel 1965 dal professore Lambertini) morì il 9 maggio di un anno imprecisato. Anche a proposito della sua dipartita, si narra che in punto di morte andò al sepolcro di tufo dove giacevano le due sorelle e con molto affetto chiese loro di fargli posto per il riposo eterno. Le ossa delle sorelle amorevolmente si spostarono per accoglierlo tra loro e Prisco vi si distese e morì.
Fu seppellito nel sepolcreto situato in un terreno che andava da Cerzeti all’attuale cattedrale. Subito oggetto di spontanea e grande venerazione, i suoi resti furono poi trasferiti in un maestoso sarcofago su cui cominciarono le preghiere e poi sopra si fece l’edicola e vi si celebrò la messa. Su questa edicola fu costruita la chiesa di San Filippo alle Macerie e poi, come attestazione di amore, rispetto e gratitudine, i nocerini, verso l’anno 900, chiamarono i monaci benedettini di Cassino i quali ampliarono la chiesa di San Filippo, chiamandola Monastero di San Prisco (infatti esiste un documento datato 955 nell’archivio della Badia di Cava in cui già compare questo nome).
I monaci benedettini restarono a Nocera fino al 1386 quando essa divenne sede vescovile. Dopo varie sciagure patite dalla città di Nocera, quali la peste, i terremoti, le eruzioni del Vesuvio, Prisco fu scelto nel 1631 come santo patrono da festeggiare il giorno della sua morte terrena il 9 maggio. Esisteva già dal 1500 una statua di legno dorato con la sua effigie, poi nel 1770 il vescovo don Benedetto Maria Sanfelice, dopo i lavori di restauro fatti eseguire in cattedrale, commissionò un busto d’argento di San Prisco ad una ditta di Napoli.
Doveva essere inaugurato il 9 maggio del 1771 ma siccome la statua non era pronta si aspettò il mese seguente e per l’occasione si bandì una grande festa a cui furono invitati tutti i sacerdoti, i frati, le confraternite, i magistrati e i gentiluomini della città, i soldati di cavalleria accompagnati dalle loro bande musicali. Il busto di San Prisco fece un lungo giro, da Pagani a Nocera (ricordiamo che allora erano un’ unica città) e solo dopo molte ore giunse alla cattedrale, riccamente parata a festa, tra musica e canti. La festa finì con molti fuochi d’artificio. Nacque così l’usanza della processione annuale del nostro Santo Patrono.
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