Chi il terremoto del 1980 lo ha vissuto ricorda la paura, ma anche la solidarietà. Ricorda le notti insonni, ma anche la condivisione. Nel disagio, nelle difficoltà, nella mancanza di tutto si scoprirono famiglia i vicini di casa, i condomini, i dirimpettai. Con le scuole chiuse, non c’era di certo la ora osannata, ora vituperata didattica da remoto. Però quella calamità non solo lasciò inalterato il contatto umano, ma consolidò la socializzazione, potenziò i rapporti umani all’ennesima potenza.
Novanta secondi bastarono per spezzare vite, cancellare strade, storie, gettare intere famiglie in un incubo durato decenni, lasciare cicatrici ancora oggi ben visibili. Novanta secondi di paura in cui sembrava che la terra volesse scuotersi di dosso cose, persone, animali. Il terremoto del 1980 è stato uno degli eventi più drammatici della storia del Mezzogiorno d’Italia di cui ancora si scontano i danni.
Erano le 19:34. La scossa principale fu di magnitudo M 6.9 con epicentro tra le province di Avellino, Salerno e Potenza. Le linee telefoniche si interruppero e la portata catastrofica del fenomeno fu chiara solo dopo diverse ore. All’evento principale seguirono numerose altre scosse nelle ore e nei giorni successivi. Lo sciame si protrasse per diversi mesi arrecando ulteriori danni ai territori già colpiti.
Nonostante i dati sismici nel 1980 non fossero numerosi, i sismologi riuscirono a ricavarne informazioni preziose sul processo di rottura del terremoto. Per la prima volta si riconobbe la complessità del fenomeno: non fu un unico evento a produrre la rottura della crosta terrestre, dalla profondità di 15 km fino alla superficie, ma almeno tre “sub-eventi” che nell’arco di meno di un minuto ruppero in successione tre segmenti di faglia adiacenti.
<<Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi>>. Tuonò il presidente della Repubblica del tempo, Sandro Pertini, commentando il dolore e devastazione che si era presentato agli occhi dei soccorritori
Per quanti erano rimasti senza casa, scippati delle loro radici, furono immaginati nuovi alloggi di edilizia popolare destinati ad essere edificati nelle periferie grazie alla legge 219 per la ricostruzione. Legge alla quale si deve la nascita di casermoni, alloggi-tugurio spesso imbottiti d’amianto, quartieri ghetto del dopo terremoto.
A Nocera Inferiore il quartiere satellite di Montevescovado, da anni un vero ghetto, rappresenta la memoria di una ricostruzione che avrebbe potuto cambiare la faccia d’una intera regione e che invece si è trasformata in alcune zone in un affare da capogiro per chi ha saputo approfittare di una tragedia nazionale e in altre ha rappresentato l’inenarrabile capacità dell’uomo di innalzare totem dell’idiozia.
Patrizia Sereno
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