Davvero non immaginavo che un articolo sulla tragica morte di una giovane donna innescasse una polemica di portata nazionale. E’ indubbio che l’altra mattina, quando ho scritto il pezzo, non ho tenuto conto della potenza dei social io, che insieme a tanti altri giornalisti con qualche anno in più, come mi ha scritto una carissima collega, “di suole delle scarpe ne abbiamo consumate tante per trovare le notizie”.
Su Facebook è un turbinio di pro e contro. Mi accusano di aver definito Veronica “mamma, bella, innamorata”. Poi che ho dedicato “solo poche righe sulla donna e molti di più al marito Rosario Stanzione”. Cerco di mettere un poco di ordine anche se il livore e l’accanimento che leggo nei post che stanno arrivando sul mio profilo Facebook mi disorientano.
Venerdì mattina vengo a sapere della tragica morte di Veronica Stile. Il dolore è tanto perché la conoscevo così come il marito Rosario, e quindi ero addolorato come se fosse una persona di famiglia. Non avevo voglia di scrivere nulla, ma il mio mestiere è quello di raccontare storie. Mi chiama Mario Marra dalla redazione di Telenuova chiedendomi un contributo. Accetto. L’articolo viene fuori di getto. Scrivo di “ Veronica, donna gentile, moglie innamorata, mamma premurosa, avvocato” pensando di poter racchiudere in queste poche parole tutta la personalità di una conoscente che sapevo sentirsi realizzata in tutti i ruoli che la vita l’aveva chiamata a interpretare di volta in volta. Poi scrivo di Rosario, “ex calciatore e brillante imprenditore”, descrivendo il suo successo, del suo legame con la città e, soprattutto con il quartiere dove affondano le radici della sua famiglia.
Se mi sono dilungato su questo aspetto non è stato certamente per mancanza di rispetto nei confronti della cara Veronica. Il mio intento era quello di permettere a chiunque conoscesse la giovane avvocatessa e i parenti, di poter partecipare al dolore della famiglia. Io sono figlio di una terra – Nocera Inferiore – che, nonostante il villaggio globale, il mondo senza frontiere, è capace ancora interamente di stringersi intorno al dolore, al lutto di una famiglia, di vivere in prima persona le tragedie che colpiscono un suo concittadino.
Facendo riferimento alla famiglia volevo quindi creare quel tam tam che permetesse alla notizia di arrivare ai cuori di chi Veronica la conosceva direttamente o indirettamente attraverso i suoi cari, visto che – e questo mi sia consentito dire è il bello di vivere in un piccolo centro non sfigurato dalla modernità – qui siamo sempre il figlio di, il marito di, il papà di, quasi a voler trovare in qualsiasi modo un legame che giustifichi la nostra umanità e capacità di immedesimarci nelle storie degli altri.
E questo, semplicemente, ho voluto fare venerdì mattina. Dare la notizia del tragico epilogo di una giovane vita spezzata, senza alcun intento misogino o sessista. Ho voluto fare il mio mestiere, quel mestiere che ho scelto anni fa e che mi ha portato anche a rischiare in prima persona quando facevo la cronaca nera e quando qualcuno, che oggi si atteggia a opinionista, non sapeva ancora cosa volesse fare da grande. La mia professione è raccontare storie, brutte o belle che siano. Di vita o di morte. Questa volta è mi toccato di morte e ho imparato che c’è chi per mestiere la racconta e chi ci specula. Tutto qui.
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