La città cinese di Wuhan ha vietato la caccia e il consumo di carne di animali selvatici per cinque anni. E’ la merce regina venduta nei wet-market. Sono quei piccoli mercati adibiti alla vendita di specie animali, ittiche e di vegetali, fin dal primo momento indiziati di essere i responsabili dell’insorgenza dell’attuale pandemia attraverso il salto di specie, lo spillover, del virus dai pipistrelli all’uomo.
I coronavirus isolati dai pipistrelli hanno una sequenza genica che somiglia a quella di Sars-Cov2 per il 96,2%. Non è stata ancora individuata con certezza la specie animale di origine (il reservoir) del virus, anche se si suppone si tratti di una specie particolare di pipistrelli, con trasmissione diretta all’uomo o con eventuali altri ospiti intermedi, al momento non identificati, come il pangolino o le tartarughe. Tutti questi animali condividono la caratteristica di essere venduti vivi, in maniera peraltro illegale, e quindi difficilmente tracciabile, nei mercati cinesi. Appare, pertanto, corretto definire la Covid 19 come un’antropozoonosi, cioè una malattia trasmessa dagli animali all’uomo.
La chiusura di questi piccoli mercati è una misura di un’incredibile gravità che avrà dei risvolti non solo di carattere economico ma nella modifica di modelli gastronomici, oramai non più compatibili con le più elementari norme di carattere igienico-sanitario, attraverso un intervento imposto, anche se tardivamente, dall’alto, dal presidente della Repubblica Popolare Cinese. Le autorità di Pechino da anni (per lo meno da due decenni) erano state avvertite da studiosi cinesi, ma anche di altri Paesi (soprattutto americani, inglesi e giapponesi) del pericolo che stavano correndo, ma non hanno saputo o voluto arginarlo, in quanto in gran parte legato allo sviluppo economico e demografico della Cina, al fenomeno dei cosiddetti sprawl, la crescita disordinata delle grosse periferie urbane e suburbane di tante megalopoli cinesi.
Queste masse di ex contadini per mantenere un legame, anche remoto, con le proprie terre, spesso lontane, ma soprattutto per arricchire di proteine a basso costo (piccoli animali, rettili, pesci) la loro dieta composta prevalentemente di riso, si erano spinti a consumare animali di piccola taglia acquistati vivi presso i wet market. Fino a pochi anni fa i cereali per i cinesi rappresentavano l’alimento di sussistenza che permetteva loro di non soffrire la fame. Le proteine, le carni, in questo schema dietetico rappresentavano il “superfluo”, il piacere. Quando questo equilibrio si è rotto a favore del consumo di carni, le più svariate e anche le più a rischio, si sono create le condizioni per l’insorgenza di epidemie a partenza dagli animali.
Paul Roberts è un giornalista scientifico americano che per diversi anni ha visitato i wet market. Quello studio gli ha consentito di pubblicare nel 2009 uno studio “La fine del cibo” sul rischio della propagazione dei virus dagli animali agli uomini. Dopo 11 anni quel lavoro appare una sinistra profezia della pandemia da Coronavirus.
“È giunto il momento di esercitare un maggiore controllo sui fattori di produzione globali. I virus emergenti si celano ai margini dell’industria alimentare da decenni. L’incubatoio originario dei virus sono gli uccelli acquatici selvatici. Le catene alimentari si sono spinte negli habitat selvatici, nelle immense terre acquitrinose utilizzate come risaie. Gli agricoltori portano le proprie anatre domestiche nei campi a mangiare i chicchi caduti nell’acqua, nelle stesse distese paludose dove si nutrono gli uccelli acquatici migratori, molti dei quali portatori di virus. Nei volatili ammalati con un sistema immunitario in overdrive (iperfunzionamento) i polmoni respirando affannosamente immettono nell’aria e a contatto con l’acqua centinaia di miliardi di particelle virali che infettano anatre e polli. Questi animali vengono poi venduti soprattutto vivi nei wet market della Cina. Una volta che un virus zoonootico (come il Covid 19 o anche il virus dell’influenza aviaria) riesce a diventare sia letale che trasmissibile agli esseri umani con il salto di specie i risultati possono essere devastanti”. (Giancarlo Durante)
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