Gli italiani hanno ritrovato la Nazionale di calcio tra festa e speranza del successo finale, ma quanta umanità ritrovata sul rettangolo verde
di Christian Geniale

Tornano a distanza di trent’anni le “Notti magiche”, quelle intonate da Gianna Nannini che hanno infiammato i mondiali del ’90 e dove un’Italia intera ha accarezzato un sogno purtroppo sfumato. In questo luglio rovente gli italiani tornano a sognare un trionfo sportivo, questa volta nella massima competizione europea riservata alle Nazionali di calcio. Tutti, ora, sono aggrappati alla maglia azzurra e pronti a sostenere chi la indossa. Dopo il triplice fischio di ieri sera, dove l’Italia ha battuto la Spagna ai calci di rigore, tutti si sono riversati in strada, con le piazze avvolte dal tricolore nazionale. Per gli italiani immediatamente è partita l’euforia del trionfo. Dopo i duri mesi di pandemia e di restrizioni, si prova a rivivere momenti di gioia. È scattata la “Fiesta da Trieste in giù”, così avrebbe cantato ancora una volta Raffaella Carrà.
Un’edizione del campionato di calcio Euro 2020 che si sta rivelando unico e particolare, e non soltanto per le modalità e per il momento storico in cui si sta vivendo. Un campionato europeo che sta mettendo in risalto, oltre alle favole sportive “delle cenerentole del calcio” che provano a vivere un sogno, un lato umano. Un’umanità che forse si era andata persa, affievolita dalla predominante presenza del dio denaro. Forse l’emergenza sanitaria, forse un cambio di vedute, ma l’umanità sembra essere ritornata. Basti pensare ai momenti concitanti di Danimarca Finlandia, partita inaugurale del girone B, dove il numero 10 dei danesi, Christian Eriksen, avverte un improvviso malore e si accascia sul terreno di gioco.

Determinante per lui il soccorso del capitano Simon Kjaer che lucido capisce il momento delicato e si getta a capofitto nel cercare di salvare la vita al compagno. Una profonda umanità che scioglie anche i freddi finlandesi e insieme formano un muro attorno all’uomo che in quegli attimi sta giocando la partita più importante, proteggendolo da occhi indiscreti.
Ancora un episodio di umanità ha caratterizzato finora questa edizione dei campionati europei. In occasione dei quarti di finale tra Italia Belgio, Leonardo Spinazzola ha dovuto alzare bandiera bianca per un terribile infortunio. Anche in questo caso i compagni di squadra hanno capito l’entità della situazione, consapevoli di non poter contare del numero 4 azzurro per il proseguo del cammino europeo. L’esterno azzurro di difesa in preda al dolore e alla sofferenza (e le lacrime versate lo dimostrano), hanno trovato conforto in tutto il gruppo.

Ma lì, disteso sul rettangolo verde di gioco, con lui c’era Bryan Cristante che inginocchiandosi al compagno prova a rassicurarlo come se fosse un fratello. Oltre a essere compagni di Nazionale, entrambi lo sono anche nella squadra di club, giocano infatti nella Roma. Non sono stati dello stesso avviso, però, gli avversari belgi che hanno continuato, anche in questo frangente, a vestire i panni dell’avversario, alludendo a una perdita di tempo per un leggero infortunio.
Un’ultima storia di umanità è bello mettere in evidenza e riguarda il commissario tecnico della Nazionale spagnola Luis Enrique. L’allenatore, apprezzato anche nel campionato italiano ai tempi della Roma, ha dovuto lasciare per un breve periodo la guida della Nazionale per assistere e prendersi cura della figlioletta, affetta da un grave male. Purtroppo il dramma si è consumato e forte è stato il dolore. Ma il Luis Enrique uomo, malgrado l’evento, ha saputo rialzarsi e affrontare un vuoto incolmabile ormai andatosi a creare. È riuscito a portare la sua nazionale agli europei, con signorilità e pacatezza, metabolizzando anche le feroci critiche per il gioco espresso nella fase a gironi della competizione. Critiche molto gratuite.

Ora però è tempo di rimanere ben piantati coi piedi in terra. E lo ha detto lo stesso Roberto Mancini, “c’è ancora una partita da giocare”. Dunque, come direbbe Giovanni Trapattoni, nella forma internazionalizzata del famoso detto popolare “non dire cat (gatto) se non ce l’hai ‘in the sack” (sacco) “when you have not the cat in the sack“.

