Riflessione

Commercialisti, oltre il ruolo sociale

Lettera aperta di un gruppo di commercialisti italiani condivisa dai colleghi di Nocera Inferiore. “Le istituzioni tengano contro del nostro ruolo”

C’è grande dibattito nell’ultimo periodo, ed è da dire, anche molta confusione, intorno alla figura dei commercialisti e al ruolo che ricoprono nella società italiana nell’attuale contesto storico. Da chi lo vede o lo vorrebbe come un semplice “esattore delle tasse”, a chi sceglie di rivolgersi a lui o ad un caaf “tanto è la stessa cosa”, a chi lo considera come colui che fa tutto ciò che chiede il cliente e lo aiuta a pagare il meno possibile di tasse. Ovviamente sono forzature, ma cercano di schematizzare alcune delle idee più “popolari” che nell’immaginario comune sono legate a questa figura.

Il Dottore Commercialista viene definito dal D.Lgs 139/2005 come un soggetto iscritto ad un Albo a cui “è riconosciuta competenza specifica in economia aziendale e diritto d’impresa e, comunque, nelle materie economiche, finanziarie, tributarie, societarie ed amministrative”. Si parla innanzitutto di iscrizione ad un Albo, che è subordinata ad un certo percorso di studi, ad un periodo di tirocinio, al sostenimento di un esame di Stato, tutto questo a garanzia del ruolo e a tutela di coloro che si affidano a questa figura.

Il decreto fa poi un elenco di attività che solo e soltanto il commercialista può svolgere e che vanno al di là della semplice tenuta della contabilità o predisposizione delle dichiarazioni dei redditi. La legge quindi ha voluto professionalizzare il ruolo del dottore commercialista, permettendo solo ad una persona di cui si siano accertate le capacità e che fornisca determinate garanzie di svolgere determinate attività delicate e per le quali è richiesto un elevato grado di diligenza e competenza.

Andiamo nella realtà dei nostri studi. A chi non è mai capitato che bussassero alla porta persone, clienti e non, che facessero le più disparate e assurde richieste? Dal semplicissimo modulo da compilare, alla lettera arrivata da una qualsiasi istituzione pubblica di cui non si capisce il contenuto, alla domanda su come si fa a ottenere l’esenzione ticket dalla Asl, o come disdire un qualsiasi contratto di abbonamento ad un servizio. Sicuramente è capitato a tutti. Qualunque cosa provenga da una istituzione, o sia legata alla burocrazia, ecco che nell’immaginario collettivo scatta la frase “chiedi al commercialista”, anche se non c’entra nulla con la professione, o basterebbe semplicemente consultare Internet. Questo perché evidentemente il commercialista viene visto dalla gente come il depositario di una profonda conoscenza atta a fornire qualsiasi tipo di risposta, come il solo che può aiutare chi non è della materia a tradurre il linguaggio “burocratichese” di cui non si conosce una parola. Viene visto insomma come l’unica persona che può fare da intermediario fra lo Stato, i suoi linguaggi, i suoi “usi e costumi”, e la gente comune.

Se questo è quello che accade nella realtà, allora diventano quanto mai necessari la formazione e l’aggiornamento continuo, per fornire risposte quanto più precise e puntuali, anche alle richieste più disparate. Ma la formazione richiede tempo. Anche i molteplici e sempre più numerosi adempimenti fiscali richiedono tempo, sempre più tempo. Si vedono sempre più commercialisti in affanno, chiusi nei loro studi fino a tarda notte o nei weekend, sempre meno giovani che iniziano il praticantato, o giovani commercialisti sempre più delusi o scoraggiati perché non era quello che immaginavano dopo tanti anni di studio e tanti sforzi. E per far fronte alle sempre maggiori scadenze si comincia a tagliare dove si può, in primis l’aggiornamento professionale perché richiede tempo. Ma così si peggiora la qualità del servizio fornito. E’ il classico cane che si morde la coda.

Tenendo quindi conto del ruolo sociale che assume oggi la figura del commercialista, è quanto mai necessario che le istituzioni ne prendano coscienza, rivalutino questo ruolo e creino le condizioni affinché il commercialista possa svolgere con maggiore competenza, diligenza e anche serenità la propria professione perché altrimenti, purtroppo, sarà la società stessa a risentire degli effetti di un malessere diffuso che attanaglia la categoria.

Redazione

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