Davanti a una tazzina di caffè fumante, il mio amico Alessandro si rilassa. Abbiamo parlato per un’oretta piena di teatro, cultura, arte, seduti a contemplare la vita intorno. Poi si è alzato, arrestando a fatica le parole. È stato un momento intenso.
Alessandro Gioia, attore e animatore teatrale, è responsabile e curatore del progetto Plei, “Piccolo laboratorio eventi imprevisti”, un interessante laboratorio d’improvvisazione teatrale e drammaturgia collettiva: dalle ore 18, presso il Convento di Sant’Antonio a Nocera Inferiore, sarà possibile per bambini, ragazzi e adulti avvicinarsi alla nobile arte del teatro.
Il giovane artista paganese ha un eloquio curato e rotondo. Mi parla di recitazione, dei suoi inizi al Dams di Bologna, di donne e uomini, sogni e speranze, della voglia di trasmettere e veicolare contenuti allo spettatore. L’approccio è quello appassionato e allo stesso tempo eroicamente consapevole delle proprie potenzialità, senza alcuna presunzione o boriosità di sorta. Mi racconta della sua “nascita” come interprete, attraverso la lettura del “Manuale minimo dell’attore” di Dario Fo in età adolescenziale.
Ricerca: è questo il nucleo fondante del suo lavoro. Un percorso di scoperta di sé e degli altri, incessante e articolato, nel quale un attore deve essere capace di ripetere la stessa partitura più di mille volte e ogni volta deve essere viva e precisa. Un attore, cosa può fissare, rendere sicuro? gli chiedo. Alessandro non ha dubbi: la sua linea di azioni fisiche. Questa diventa per lui ciò che la partitura è per un musicista.
La linea di azioni fisiche va elaborata fino al più piccolo dettaglio e sapientemente. Così da mettere in moto la grande verità di pensieri, emozioni, esperienze, e una piccola menzogna di azioni fisiche che genera una grande ma sublime girandola di emozioni, pensieri e immaginazione.
Il teatro, sottolinea Gioia, resta un mondo dagli esiti incerti, dove nulla è scontato. È strumento di conoscenza. O meglio, come percorso di conoscenza, in un viaggio che vive la sua fase più incandescente proprio sulla scena, quando gli attori – con il loro corpo, la loro voce – entrano in una nuova dimensione (o se ne fanno penetrare), esplorando i rapporti e le dinamiche che collegano i personaggi e sperimentando la necessità del loro muoversi nello spazio e nel tempo. Non tanto una conoscenza astratta, ma una sorta di “filologia fisica”, calibrata nella carne e nel respiro.
Alla fine del nostro incontro, chiedo ad Alessandro con quale aggettivo definirsi. Sognatore, utopista, mi suggerisce. È bello sapere che l’arte e la cultura sanno ancora evocare grandi ideali.
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