Nocerino, 49 anni: io fuori dall’incubo del Coronavirus, la rinascita. “Tutte le precauzioni non mi sono bastate, ora consiglio massima attenzione”
Anche a Massimo Sele è stato riservato un lungo applauso quando ha lasciato la corsia dell’ospedale per tornare a casa. Sta diventando, per fortuna, una consuetudine. Vuol dire che le guarigioni sono in aumento. E’ il secondo paziente Covid di Nocera Inferiore che ha sconfitto la malattia. Ha 49 anni, è padre e nonno, “ho lottato per poterli riabbracciare”. Giovedì pomeriggio è stato dimesso dal reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Scafati dove ha trascorso 14 giorni. Ad attenderlo fuori la stanza alcuni medici, infermieri, operatori socio sanitari. Con addosso un camice asettico ed una mascherina ha attraversato il corteo di mani che lo salutavano.
Si aspettava una saluto del genere?
“Assolutamente no. E’ stata una commovente sorpresa. Avevo chiesto ad un infermiere il video di quando andavo via perché voglio ricordare la rinascita e i volti di chi mi ha salvato. Quelle persone per me sono tutti dottori, non conta se il camice è bianco o azzurro, quel gruppo era diventato la mia famiglia, nei momenti di sconforto e di ottimismo. Devo tutto a loro”.

Qual è stato il momento più difficile?
“Una delle prime notti che ero ricoverato. Nella stanza ero solo. Non riuscivo a respirare, mi mancava l’aria. Mi hanno dato l’ossigeno. E’ stato in quel momento che ho avuto paura di non farcela”.
Quando ha iniziato a star male?
“Era il 2 aprile, avevo la febbre alta. Mi sono fatto accompagnare all’ospedale di Nocera, prima nella tenda per il pre triage, poi la Tac che ha confermato la polmonite, quindi mi hanno fatto il tampone ricoverandomi in Malattie infettive. In quei giorni il reparto stava traslocando all’ospedale di Scafati. Mi hanno portato con loro. I primi giorni sono stati difficili, ero preoccupato soprattutto per la mia famiglia che era in quarantena, ero in un letto di ospedale e non potevo fare nulla per loro. Anche se ho sofferto molto questa vicenda mi ha fatto capire tante cose, anche belle”.
Dal giorno in cui le hanno detto che era positivo al virus, ha cercato di capire come era accaduto?
“Avrò commesso un piccolo errore che mi è costato caro. Tutto il mese di marzo siamo rimasti a casa, uscivo soltanto io per fare la spesa. Indossavo mascherina e guanti, probabilmente ho toccato qualcosa. Ora che so cosa significa non posso che fare un appello alle persone, restate a casa, siate prudenti, soprattutto per i vostri cari, i vostri bambini, non potete immaginare cosa si prova quando ti dicono che sei infettato”.
Cosa ha provato quando è tornato a casa?
“In quel momento ho capito della rinascita della mia vita. Una grande gioia anche se non ho potuto abbracciare mia moglie, mia figlia di 10 anni, la più grande di 23. E mio figlio di 26 anni che vive a Pagani“.
Quando nel quartiere a Piedimonte si è saputo che lei era positivo e la sua famiglia in quarantena, i vicini hanno cambiato atteggiamento nei vostri confronti?
“Assolutamente no, devo ringraziarli, non hanno fatto mancare nulla ai miei. Un grazie anche al sindaco Manlio Torquato, alla Protezione Civile, al mio amico Ilario Capaldo”.
A casa dovrà essere ancora in quarantena.
“Sono in una stanza, letto, televisore, un tavolo. Ma ho un grande balcone, affaccia sulla collina del Castello. Voglio vedere ogni giorno tanta luce, quella del sole per dimenticare quella fredda dei neon dell’ospedale”.

