La giornalista e scrittrice Farian Sabahi ha ricevuto il riconoscimento dell’Ande per il suo impegno nella difesa dei diritti delle donne
«Tra due Paesi e tre religioni, in prima linea nella difesa dei diritti e della dignità della persona». Con questa motivazione la sezione di Nocera Inferiore dell’Ande — l’Associazione nazionale donne elettrici, che quest’anno celebra ottant’anni di attività — ha assegnato il proprio premio a Farian Sabahi, giornalista, regista, scrittrice e professoressa associata di Storia contemporanea all’Università dell’Insubria. L’evento si inserisce nel progetto Cultura, legalità e lungimiranza a difesa del futuro. Nell’aula consiliare del municipio questa mattina si è riunita una platea numerosa e attenta, composta anche dagli studenti di diverse scuole della città.
Nata ad Alessandria, in Piemonte, da padre iraniano e madre piemontese, Sabahi è da anni una delle voci più autorevoli sul Medio Oriente, con un focus particolare su Iran e Yemen. I suoi libri — tra cui Noi donne di Teheran e Il mio esilio, dove racconta la storia di Shirin Ebadi, prima donna iraniana e prima musulmana a ricevere il Nobel per la Pace nel 2003 — hanno contribuito a portare nel dibattito pubblico italiano la condizione delle donne iraniane.
«Non si possono liberare i Paesi con le bombe»
In sala, alle domande degli studenti — definiti da Sabahi «positivamente curiosi» — si sono intrecciate quelle sull’attualità: Libano, Iran, le tensioni geopolitiche in corso. La risposta è stata netta. Parole che suonano come un monito in un momento segnato da conflitti e crisi umanitarie.
Momento di forte emozione è stato il collegamento telefonico con Shelly Kittleson, la giornalista americana rapita da un gruppo armato il 31 marzo scorso nel centro di Baghdad. «Due anni fa abbiamo premiato Shelly in questo stesso luogo», ha ricordato Gigliola Famiglietti, presidente dell’Ande.
L’evento si è concluso con la proiezione dell’ultimo cortometraggio diretto da Sabahi: Ivana. È la storia di una donna novantenne di Varigotti, piccolo borgo ligure che Sabahi chiama «la mia seconda casa». Dopo anni di abusi familiari e povertà vissuti nell’adolescenza, Ivana riesce a riscattarsi: si sposa, diventa madre e nonna. «Non ci sono morti nelle strade come in Iran — ha spiegato Sabahi — ma anche questa è una storia di violenza e diritti negati, eventi intimi che ho voluto raccontare.» Un racconto di «storia orale», come lei stessa la definisce, che usa una metodologia multidisciplinare — storia, economia, cultura, religione — per dare voce a chi voce non ha.


